Marzo 2026 – Bollettino Agricolo Uila
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Un divario che cresce
Il confronto decennale sui dati occupazionali ci mostra, inequivocabilmente, una riduzione della forza lavoro femminile; un arretramento strutturale che disegna, anno dopo anno, un settore sempre più declinato al maschile. Tra il 2014 e il 2024 la componente femminile ha subito una perdita di oltre 6 punti percentuali nel rapporto con quella maschile, che, tradotta in valori assoluti, significa la scomparsa dagli elenchi anagrafici di quasi 60.000 lavoratrici. Questa tendenza racconta di un mercato del lavoro che, mentre consolida o accresce i propri volumi complessivi, vede restringersi gli spazi di accesso e permanenza per le donne. Le cause profonde di questo fenomeno andrebbero ricercate non solo nelle dinamiche produttive e obbligano a porsi interrogativi urgenti sulla qualità dell’occupazione nel settore primario.
Siamo di fronte a un comparto che fatica a garantire condizioni di conciliazione tra vita e lavoro? O è l’evoluzione delle mansioni, tra meccanizzazione e nuove intensità lavorative,a creare barriere d’ingresso? Il calo strutturale della presenza delle donne indica la necessità di definire un sistema di welfare rurale adeguato a rispondere alle specifiche esigenze di genere e ad arginare la “fuga” verso altri settori. In ogni caso, un’agricoltura che “lascia indietro” la propria componente femminile rinuncia a una parte essenziale
della sua storia e, soprattutto, della sua futura sostenibilità sociale.

L’intensità lavorativa non è una questione di genere

Dall’osservazione delle dinamiche di variazione emerge un dato strutturale che accomuna, pur nelle differenze, sia la componente maschile che quella femminile: l’intensificazione della prestazione lavorativa.
Le giornate complessive lavorate degli uomini, infatti, aumentano in proporzione più del numero degli operai impiegati nel settore, mentre nel caso delle donne, la diminuzione accertata nell’ultimo decennio delle giornate lavorate complessivamente è inferiore a quella delle operaie impiegate. Ciò conferma la tendenza del settore agricolo a richiedere, a prescindere dal genere, un impegno maggiore ai singoli addetti. Ne deriva che chi è dentro il mercato del lavoro, vi rimane con un peso specifico maggiore rispetto al passato.
Sul fronte femminile, al netto calo del numero di lavoratrici, si contrappone una sostanziale stabilità dei volumi di lavoro. Questo significa che, nonostante l’espulsione di molte unità dal mercato, il fabbisogno complessivo di lavoro svolto dalle donne non crolla, ma si ridistribuisce, in linea con la richiesta di manodopera del settore.

“Gender day gap”: meno giornate pro-capite per le donne

L’indicatore delle giornate medie pro-capite ci restituisce l’immagine di un settore in salute sul fronte dell’intensità lavorativa: sia gli uomini sia le donne, nel corso dell’ultimo decennio, hanno visto aumentare costantemente le proprie giornate di occupazione media. Questo conferma che la richiesta di maggiore stabilità e continuità contrattuale investe l’intera platea dei lavoratori agricoli, senza distinzioni di genere.
Tuttavia, se la direzione di marcia è la stessa, la velocità e le distanze tra le due componenti mostrano il numero di giornate lavorate mediamente dalle donne costantemente al di sotto rispetto alle giornate pro-capite degli uomini e a quelle della media del settore. La tendenza, che aveva portato il gap a ridursi fino a 1 sola giornata nel 2019 si è interrotta bruscamente nel biennio successivo: nel 2021, anno di massima divaricazione, la forbice si è riaperta fino a superare le 5 giornate di differenza, segnale che la fase di picco o di riorganizzazione post-covid ha premiato maggiormente l’intensità lavorativa maschile.
Nello specifico, nel quadriennio 2020-2023, le donne hanno potuto contare su un numero di giornate pro-capite mediamente inferiore del 5% rispetto ai loro colleghi di sesso maschile.
Nel 2024, invece, la differenza tra le due componenti si è ridotta, a fronte però dell’ ingresso
massiccio di operai uomini con un basso tenore di giornate lavorate.

La tendenza comune a una maggiore continuità occupazionale

Analizzando la distribuzione degli operai in base al numero di giornate lavorate nell’anno, emerge come la tendenza a una “maggiore stabilizzazione” del lavoro agricolo riguardi tanto la componente maschile, quanto quella femminile, con un progressivo svuotamento delle fasce di lavoro occasionale a favore di quelle a maggiore presenza nei campi.
La fascia di chi lavora 10 giornate o meno l’anno, infatti, si è contratta sensibilmente per entrambi i generi (dal 2014: -4,5% per gli uomini; -2,6% per le donne).
Allo stesso tempo, si assiste a una crescita importante della fascia degli occupati con più di 180 giornate, con una dinamica al femminile di crescita dal 3,9% del 2014 al 9,3% nel 2024, dato che si avvicina molto a quello maschile (passato dal 5,8% all’11,3%).
Tuttavia, permane una specificità di genere: mentre gli uomini hanno una media ponderata di giornate lavorate superiore di oltre 10 punti rispetto alle donne nella fascia superiore alle 101 giornate (155,7 gli uomini; 144,4 le donne), nella fascia fino alle 100 giornate – la più fragile sotto il profilo della continuità occupazionale – la media ponderata delle giornate lavorate dalle donne supera, invece, di quasi 5 punti quella maschile (40,8 contro 36).

Un futuro agricolo senza giovani donne?

L’analisi demografica svela forse il dato più allarmante per il futuro della parità di genere nei campi: la forza lavoro femminile non solo diminuisce, ma invecchia molto più rapidamente di quella maschile, segnalando un blocco quasi totale del ricambio generazionale.
Se nel 2014 la fascia “over 60” rappresentava una quota marginale per le donne, nel 2024 è diventata strutturale. Tra gli uomini, infatti, è passata dal 7% all’11,6%, ma tra le donne è quasi triplicata, balzando dal 3,6% al 10,2%. Questo ci dice che, in assenza di nuove leve, nell’agricoltura italiana si stanno trattenendo al lavoro le figure più anziane, per una serie di cause, non ultima forse la necessità di integrazione al reddito pensionistico.
Nel cuore produttivo dell’agricoltura, la fascia tra i 21 e i 40 anni, le traiettorie dei due generi divergono nettamente: per la componente maschile, nonostante un lieve calo, resta la più numerosa (44,3%); al contrario, le donne passano dal 41,2% al 32,7%, confermando la fascia più anziana (41-60 anni), come principale, con oltre la metà dell’intera forza lavoro femminile.
Il rischio è quello di un vuoto generazionale: le giovani donne non entrano in agricoltura o ne escono precocemente. Se questo trend non dovesse vedere un’inversione, con il progressivo pensionamento dell’attuale coorte di over 50 (più del 38% del totale), la presenza femminile nel settore rischia non solo di ridursi, ma di diventare residuale nel giro di pochi anni.

L’impatto della provenienza sugli equilibri di genere

Scomponendo l’analisi storica tra manodopera nazionale ed estera, emerge una dinamica relativa a due modelli di occupazione profondamente diversi, ma che convergono verso il medesimo esito: la riduzione degli spazi per le donne.
La componente italiana mostra nel 2014 una struttura equilibrata, in cui le donne rappresentavano il 43,3% della forza lavoro nazionale, testimonianza di un’agricoltura dove la presenza femminile era capillare. In dieci anni, il ricambio generazionale ha portato questa quota a ridursi fino al 38,8%.
Nella manodopera nata all’estero, lo squilibrio risulta ancora più marcato fin dal 2014 – dove la componente maschile rappresentava quasi il 71% – e non ha fatto che acuirsi nel tempo, portando le lavoratrici straniere all’attuale minoranza esigua del 23,3%.
Cercando di trarre una conclusione sistemica, si può ipotizzare che la progressiva sostituzione della manodopera italiana (caratterizzata da una presenza femminile più marcata) con quella straniera (fortemente maschile) agisca come un acceleratore del divario di genere. Il settore, diventando più dipendente dai flussi migratori – che riguardano prevalentemente uomini – , sta automaticamente restringendo la base occupazionale femminile complessiva.

Tante Italie, tante geografie di genere

Il dato nazionale dice che le donne rappresentano il 32,3% della forza lavoro agricola, ma l’analisi territoriale svela una realtà estremamente diversificata, in cui i sistemi locali includono o marginalizzano la componente femminile in modo radicalmente diverso.
La Calabria è l’unico caso regionale in cui le donne sono la maggioranza della forza lavoro (50,1%) e coprono quasi la metà delle giornate lavorate. Su livelli molto alti si trovano anche Campania (41,7%) e Basilicata (38,3%). Risalendo l’Italia, anche l’Emilia-Romagna (38,0%) e il Trentino-Alto Adige (32,8%) registrano percentuali superiori alla media.
Di contro, emergono aree dove il lavoro agricolo femminile è di minore impatto. In Lombardia, regione a forte vocazione cerealicola e ad alta meccanizzazione, le donne si fermano al 22,1% degli OTD, occupate solo per il 17,3% delle giornate lavorate. Significativo è anche il dato delle isole (Sicilia e Sardegna), che in controtendenza con il resto del Mezzogiorno, evidenziando una minore partecipazione del lavoro femminile alle attività agricole.
In questo numero
Un divario che cresce
Introduzione
Dinamiche numeriche di genere nel lavoro agricolo
L’intensità lavorativa non è una questione di genere
Analisi dell’evoluzione di genere della forza lavoro e del lavoro
“Gender day gap”: meno giornate pro-capite per le donne
Analisi del numero delle giornate pro-capite per genere
La tendenza comune a una maggiore continuità occupazionale
Analisi delle fasce d giornate lavorate dagli OTD uomini e donne
Un futuro agricolo senza giovani donne?
Analisi ed evoluzione dell’età degli OTD in base al genere
L’impatto della provenienza sugli equilibri di genere
Analisi delle evoluzioni di genere in base alla provenienza
Tante Italie, tante geografie di genere
Analisi della distribuzione del lavoro agricolo femminile nelle regioni italiane
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