Maggio 2026 – Bollettino Agricolo Uila
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Radici profonde, rami fragili: il nodo demografico dell’agricoltura
Il panorama del lavoro agricolo italiano nel 2024 si presenta come un mosaico di profonde contraddizioni, dove la vitalità produttiva si scontra con una crisi demografica senza precedenti. L’analisi del decennio 2014-2024 rivela che, mentre il volume di lavoro complessivo cresce, raggiungendo nel 2024 il picco storico di 88,7 milioni di giornate, la base occupazionale mostra evidenti segni di logoramento. Gli operai over 60 sono più che raddoppiati in dieci anni, superando la soglia critica delle 100.000 unità.
Questa componente, che nel 2014 rappresentava solo il 5,7% della forza lavoro, oggi ne costituisce l’11,2%, diventando un pilastro che regge quasi il 10% delle giornate totali del settore. A questo invecchiamento non corrisponde un ricambio generazionale altrettanto vigoroso. Sebbene la quota di giovanissimi (under 20) sia leggermente cresciuta in percentuale (dal 4,2% al 5,3%), essa rimane ancora marginale nel garantire la continuità del settore. La fascia centrale, quella tra i 21 e i 40 anni, che dovrebbe rappresentare il motore del rinnovamento, ha invece subito un’erosione lenta ma costante (è scesa dal 45,2% al 40,6%); il rischio di un vuoto di competenze non è più un’ipotesi remota, ma una sfida immediata per la sostenibilità sociale e produttiva dell’intero comparto.
Ci troviamo di fronte a un’agricoltura che fatica a rigenerare le proprie radici, affidando la propria memoria storica a una generazione che si avvicina al momento della quiescenza.

Il vivaio fragile: l’illusione del ricambio generazionale

L’analisi della componente più giovane del mercato del lavoro agricolo (under 20) restituisce un’immagine di crescita solo apparente, che nasconde profonde fragilità strutturali.
La quota di operai giovanissimi sul totale è passata dal 4,2% del 2014 al 5,3% del 2024, con un volume di giornate che è salito dall’1,8% al 2,5%. Tuttavia, questo incremento non segnala ancora un reale ricambio generazionale, ma descrive un settore che fatica a trasformare l’ingresso dei giovani in un percorso professionale solido e stabile.
È vero che nel 2014, ben il 38,5% dei giovanissimi lavorava per meno di 10 giornate l’anno, mentre nel 2024, questa quota è scesa drasticamente al 28,3%, tuttavia, nonostante questo spostamento la fascia degli under 20 che lavora meno di 51 giornate annue rimane assolutamente preponderante assestandosi sulla quota del 67,4%.
La quota di giovani che supera le 180 giornate annue è cresciuta solo marginalmente, fermandosi ad appena il 3,1%. Un ulteriore elemento di riflessione deriva dal confronto con la componente straniera: nel 2014 i giovani nati all’estero rappresentavano il 40,7% degli under 20, quota che nel 2024 è scesa al 31,3%.

Il grande esodo: l’emorragia della memoria e del futuro

L’analisi della permanenza lavorativa nel settore per la coorte di operai attiva nel 2017 svela una criticità che va oltre il semplice turnover: l’agricoltura italiana fatica a trattenere i propri lavoratori, manifestando una difficoltà a offrire prospettive di lungo periodo.
In sette anni, il settore ha assistito alla fuga dai campi da parte di oltre il 60% della forza lavoro. Questa emorragia colpisce con spietata precisione le fasce estreme del mercato, quelle che rappresentano il “vivaio” e la “memoria” del comparto. Dopo un solo anno, quasi la metà dei giovanissimi aveva già abbandonato il settore, e nel 2024 meno di un quinto continuava a lavorare. Potrebbe essere il segnale di un’agricoltura percepita come un rifugio temporaneo e non come una carriera, ma similmente ai giovani crollano anche i veterani, che, partendo da un tasso di permanenza del 72,7% nel primo anno, toccano il punto più basso della rilevazione con il 15,4% del 2024, ma già dopo circa 36 mesi il logoramento fisico prevale sulla necessità economica. L’unico “zoccolo duro” è la fascia 41-60 anni, che mantiene il tasso di permanenza più elevato (47,9%).
Tuttavia, fare affidamento esclusivamente su questa coorte centrale senza rigenerare le basi significa condannare il settore a un invecchiamento irreversibile. La scomparsa dei veterani, d’altra parte trascina con sé un patrimonio inestimabile di professionalità che non viene trasmesso alle nuove leve, rischiando di trasformare le campagne in un deserto di competenze.

La geografia dell’usura: l’Italia dei campi a due velocità

La scomposizione territoriale della forza lavoro over 60 rivela una frattura profonda che divide il Paese in due modelli di permanenza lavorativa. La media nazionale dopo sette anni è del 15,4%, ma questo numero è la sintesi di realtà molto differenti, dove il confine tra “scudo tecnologico” e “tritacarne occupazionale” è tracciato dai chilometri e dai modelli produttivi.
Il Mezzogiorno si conferma l’area più critica per la tenuta lavorativa. In Calabria e Sicilia, regioni che pure vantano un numero elevatissimo di operai anziani, il tasso di “sopravvivenza” lavorativa dal 2017 è appena del 3,4% e del 4,0%, a riprova che lavorare oltre i sessant’anni incide fortemente sul logoramento fisico. Merita un ulteriore approfondimento il motivo per cui in regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna, un operaio ultra-sessantenne ha circa sei volte più probabilità (rispettivamente 24,4% e 23,1%) di restare attivo rispetto a un collega del Sud. Il Centro Italia rappresenta, anche in termini numerici, una fascia mediana, in cui svetta per resilienza solo la Toscana, che si assesta al 22%.
L’eredità dei campi: tra erosione storica e nuovi pilastri

L’analisi della componente over 60 svela una metamorfosi profonda dell’identità rurale italiana. Nel 2017, i veterani dei campi erano per il 90,9% lavoratori nati in Italia.
Sette anni dopo, della coorte originaria di quasi 70.000 italiani, ne restano attivi poco più di 10.000. Un buco di 60.000 operai anziani rappresenta la scomparsa fisica della memoria storica del settore.
La manodopera straniera assume così il ruolo di pilastro strutturale anche nelle fasce d’età avanzate. Dal 2014 al 2024, gli over 60 nati all’estero sono quasi triplicati in termini di incidenza, passando dal 9,1% al 17,1% del totale, mostrando, inoltre, una resilienza superiore rispetto alla componente nazionale, con un tasso di permanenza del 17,6% contro il 15,2% degli italiani.
Questa maggiore tenuta potrebbe essere frutto di una scelta, ma anche di una necessità contributiva. Il lavoratore straniero, infatti, spesso giunto in Italia in età adulta, è motivato a restare sui campi per poter raggiungere i requisiti previdenziali minimi. In ogni caso, il rischio immediato è il sorgere di un vuoto di competenze per cui l’agricoltura italiana potrebbe perdere il legame tra passato e futuro che garantisce la qualità della nostra produzione.

Il doppio solco: fragili equilibri dell’anzianità di genere

Sebbene la componente femminile over 60 sia numericamente cresciuta, passando da circa 18 mila unità del 2017 alle quasi 30 mila del 2024, questa espansione nasconde una fragilità estrema. Mentre il volto dell’agricoltura italiana invecchia, quello femminile lo fa in modo più rapido ma meno sostenibile: in dieci anni, la quota di lavoratrici ultrasessantenni è quasi triplicata, balzando dal 3,6% al 10,2% della forza lavoro rosa.
Tuttavia, il dato sulla permanenza lavorativa delinea un doppio binario. Se osserviamo la coorte attiva nel 2017, dopo sette anni il tasso di permanenza delle donne crolla a un esiguo 7,5%, contro il 17,8% degli uomini. In altre parole, la probabilità che una veterana rimanga sui campi oltre i sessant’anni è meno della metà rispetto a quella di un collega maschio.
La causa è da attribuire a mansioni che non tengono conto di un carico di cura familiare che grava ancora sulle spalle di donne più mature? Il problema apre a riflessioni in merito a un sistema di welfare rurale mirato e a una profilazione accurata dei compiti.

I braccianti di ritorno e il ponte previdenziale

L’analisi dei flussi di ingresso e di permanenza nell’ultima fase della vita lavorativa potrebbe rivelare un ulteriore volto inedito dell’agricoltura italiana: quello di ammortizzatore sociale per chi è stato espulso da altri settori o come strumento ultimo per il raggiungimento della quiescenza. I dati del 2024 svelano un paradosso sorprendente: più è alta l’età, maggiore è la permanenza.
Osservando la coorte del 2017, notiamo che solo il 13,8% di chi aveva 61 anni è ancora attivo nel 2024. Al contrario, tra chi nel 2017 aveva già 67 anni, la percentuale di chi non ha ancora abbandonato i campi sale significativamente al 23,1%. Questa maggiore resilienza dei più anziani suggerisce che oltre una certa soglia anagrafica restino in campo solo i profili più fidelizzati o coloro che, per necessità estrema, non possono permettersi il riposo.
L’anzianità, in questo scenario, sembra essere non solo un dato anagrafico, ma un certificato di fedeltà al settore. Nel 2024, la quota di lavoratori che erano già presenti nel 2017 è sensibilmente più alta tra i più anziani: se tra i sessantunenni i veterani rappresentano il 10,8% di quella forza lavoro, la percentuale balza oltre il 15% per chi ha 67 anni o 68 anni e più, ovvero, questa componente molto anziana è composta per quasi un sesto da persone che da almeno sette anni lavorano nei campi.

In questo numero
Radici profonde, rami fragili: il nodo demografico dell’agricoltura
Analisi del decennio 2014-2024: invecchiamento e logoramento della base occupazionale
Il vivaio fragile: l’illusione del ricambio generazionale
Analisi della componente Under 20 tra crescita numerica e frammentazione lavorativa
Il grande esodo: l’emorragia della memoria e del futuro
Analisi dei tassi di permanenza lavorativa in base all’età
La geografia dell’usura: l’Italia dei campi a due velocità
Ripartizione regionale degli over 60 e differenze di tenuta lavorativa
L’eredità dei campi: tra erosione storica e nuovi pilastri
La scomparsa della memoria storica locale e il ruolo degli anziani nati all’estero
Il doppio solco: fragili equilibri dell’anzianità di genere
Focus sul divario di crescita e nei tassi di permanenza tra uomini e donne over 60
I braccianti di ritorno e il ponte previdenziale
Analisi della correlazione tra età avanzata, permanenza e anzianità di settore
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